sono talmente stanco per il troppo lavoro e (forse) per la primavera che se, ad esempio, abitassi a londra potrei tranquillamente addormentarmi sulla metropolitana e perdere la mia fermata. ma da oggi non sarebbe più un problema. a ogni modo, se a qualcuno interessa, visto che la voglia e il tempo per scrivere su questo blog latitano da qualche parte tra il dovere e il piacere, qui trovate le foto scattate nella meravigliosa capitale inglese. la mia meravigliosa capitale inglese.




lynch è sempre stato il poeta delle emozioni portate al culmine e non espresse. forse è per questo che l'ho amato tanto. ti costringe a tenere tutto dentro, lava via le inquietudini solo con altre inquietudini maggiori, ti mostra che ciò che è pulito non lo è in quanto tale ma solo se paragonato a qualcosa di più sporco. ti permette di prendere coscienza di cose, ambiti, spazi che tutti noi preferiremmo tenere nascosti da qualche parte. inland empire è puro istinto. la storia passa in secondo piano rispetto al fiuto di lynch, o al fiuto del film stesso: 'spesso ho come la strana sensazione che il film esista prima che io lo faccia. di trovarmi come davanti a un puzzle: hai tutti i pezzi ma non con una forma definitiva. si parte da un'immagine e poi un'altra segue. non so dove andrò a finire'.
un tentativo che rappresenta una piccola rottura. sì, perché poi ad andare a guardare bene, le pecche sono ancora tante, forse reiterate per la paura di perdere fan e pubblico, forse per la non possibilità di andare troppo contro determinati canovacci già utilizzati in passato. su tutto, il lunghissimo finale (credo almeno una buona mezz'ora di film), alla ricerca di un colpo di scena telefonato, ma soprattutto di una soluzione di cui sinceramente non si sentiva il bisogno, e qualora lo si fosse sentito, certo non in questi termini. ma anche una serie di personaggi e dialoghi buttati lì un po' perché ci dovevano stare e un po' per evidente mancanza di idee. è un po' tutta la sceneggiatura che scricchiola alla fin fine, ma qui non so dare ulteriori opinioni perché non conosco il libro di fleming da cui è tratta.
la seconda stagione è iniziata come una sorta di succursale di csi: miami (che non amo esattamente molto): sole e relativi occhiali, camicie e vestiti eleganti, belle ragazze, luci, colori, riflessi, partite a poker. tutto insomma molto glamour. e anche questa serie ha visto scemare il mio interesse. resta solo un cast di valore, infinitamente superiore a quello guidato da david caruso, che ha perso tantissimo con la dipartita di vanessa ferlito, ma che ancora vede un gary sinise adatto, una melina kanakaredes sempre adorabile (ti prego, nathì, niente lettere ai giornali per questa mia dichiarazione!) e un hill harper, ora a tempo pieno nella squadra, del quale aspetto a ogni puntata una chiara dichiarazione di omosessualità (una delle poche svolte che potrebbero risultare interessanti).
ho detto che si tratta di una serie poliziesca, ma in realtà questa descrizione è talmente riduttiva da risultare, anche solo dopo aver visto il pilot, fuorviante. soprattutto nella realizzazione, ez streets mostra molto di più di una semplice messa in scena di genere, si spinge su percorsi e territori che finora mai avevo visto esplorati dal piccolo schermo. dialoghi serrati e incredibilmente lunghi, nonché ragionati e mirati sin nel più piccolo particolare (inquadratura, smorfia o parola che sia), personaggi credibili e complessi, tanto che dopo sei episodi ancora devo ben comprendere dove vada chi, intrecci dolorosi, colori sbiancati, inquadrature e sequenze aeree che creano un distacco commovente (ad esempio, l'intera sequenza d'inizio del pilot, poi ripresa in parte alla fine).
e alla fine di tutto c'è joe pantoliano, gangster completamente fuori dai canoni, quasi un topolino che a ogni inquadratura lotta per mostrare i coglioni, straordinariamente credibile nella sua non fisicità e che risulta per paradosso essere quasi il personaggio positivo della storia. con vestiti sempre troppo grandi, con un sigaro che non gli si addice, con una voce stridula che tanto ricorda il compagno sfigato che tutti noi prendavamo in giro a scuola, pantoliano recita in maniera straordinaria, sostiene la scena praticamente da solo anche laddove non se ne sente il bisogno perché comunque gli altri attori (ken olin, jason gedrick, debrah farentino, richard portnow, mike starr, rod steiger, tanto per dirne alcuni) sono talmente al loro posto da avere il ruolo che interpretano davvero cucito addosso.

io non so se dio esiste, né tantomeno so se egli (o ella) possa assumere forma umana. ma se così è, dio in questo frangente storico è david lynch. è un po' di tempo che tengo sotto sorveglianza le evoluzioni del suo ultimo film, inland empire, la cui distribuzione nelle sale è stata più volte rimandata ed è addirittura stata messa in dubbio. bene, lynch ha fatto nell'ordine due cose.
dopo queste affermazioni forti (delle quali almeno la metà risultano perfino a me oscure), va detto che apocalypto non mi ha convinto. ci sono troppe stiracchiature, troppi rallentamenti, troppi tagli. e soprattutto troppe scene praticamente copincollate da braveheart (come ad esempio l'uccisione del padre di fronte agli occhi del figlio con una ritualità che ricorda moltissimo la morte di murron) e un po' poca fantasia. ma nonostante queste pecche, che in alcuni momenti prendono il sopravvento e quasi disincentivano la visione, e nonostante una divisione dei tempi e delle storie sbagliata e forzata che privilegia la prima parte (cattura) a scapito della seconda (fuga), è un film piacevole che si lascia guardare, un paio d'ore e poco più di intrattenimento che se non altro ha il merito di mostrare una violenza naturale e scontata per il contesto in cui è attuata (e gibson in questo è superiore a molti, se qualcuno ricorda le sequenze di battaglia di braveheart, ma in generale tutto l'ambiente in cui quel film, e anche questo, si svolge) e di non forzare eccessivamente i dualismi tra i personaggi che vengono presentati nel corso del suo svolgimento.
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al di là dei giochi di parole (o di lettere) sui cognomi dei protagonisti, e anche se solitamente non mi piace fare classifiche di fine anno, mi sento per una volta tanto di dire che the prestige è uno dei migliori film del duemilasei, con pochi che gli stanno affianco e ancor meno che lo precedono. sarà il mio amore crescente per nolan, che riesce ancora una volta a costruire un film su strati diversi di narrazione, con spinte in avanti e all'indietro talmente repentine da spiazzare, perfettamente in linea con la profondità di significati e visioni di una storia che non è mai uguale a ciò che viene mostrato. illusioni continue, che non sono solo quelle svelate o cercate da bale e jackman (signori, due attori!), quelle costruite da caine (signori, un attore!), quelle riflesse dalla johansson (signori, un'attrice!), ma soprattutto quelle di nolan.